Beatrice Venezi. Le sorelle di Mozart_episodio 1
Beatrice Venezi Blog

Le Sorelle di Mozart — Episodio 1

IL BLOG di Beatrice Venezi – Da Ildegarda a Nannerl. Il Barocco come isola felice.

Oggi non voglio soltanto raccontarvi una storia. Voglio leggervela. Ho con me alcune carte — una lettera di quasi quattrocento anni fa, una dedica di un libro del Cinquecento, il biglietto di un fratello a una sorella — e queste carte, messe in fila, raccontano una storia che per secoli qualcuno ha cercato di cancellare. Cominciamo dalla più recente. È del 1920, e la firma un signore inglese, fondatore di una delle più grandi orchestre del mondo:

«Non ci sono donne compositrici, non ci sono state e non ci saranno mai.» — Sir Thomas Beecham

Fermatevi un istante su quel “non ci saranno mai”. Non è un’opinione. È una sentenza, pronunciata con la tranquillità con cui si enuncia una legge di natura — la pioggia cade, il sole tramonta, le donne non compongono. 

Siamo nel 1920: in mezza Europa le donne stanno iniziando a conquistare il diritto di voto, e un uomo colto, raffinato, autorevole, scrive con serenità che metà dell’umanità è, per costituzione, incapace di fare musica.

Aveva torto, naturalmente. Ma la cosa che voglio mostrarvi oggi è un’altra: la sua postura non era un caso. Stava ripetendo, con parole sue, una frase che si diceva da secoli. E il mio mestiere, in fondo, io credo, è anche questo — andare a riprendere la musica che quella frase ha fatto sparire.

La storia comincia molto prima, nell’Alto Medioevo, con la prima musicista che la storia ricordi: Ildegarda di Bingen. Una donna che aveva visioni, che per questo veniva creduta pazza, e a cui la Chiesa, a un certo punto, proibì semplicemente di cantare — di lasciare che le sue melodie fluttuassero in chiesa. Di Ildegarda vi parlerò un’altra volta, perché merita una puntata tutta sua, e non voglio sfiorarla appena. In questo articolo mi limito a citarla per il principio che lei ci consegna in quanto eccezione che conferma la regola: una donna, a quel tempo, poteva al massimo eseguire la musica — per diletto, per intrattenimento. Comporla, no. E se anche la componeva, non poteva dichiararlo.

Infatti per secoli, della musica composta dalle donne non ci è arrivato quasi nulla. Poi — e qui comincia la parte luminosa — accade qualcosa.

Ci fu una stagione in cui sembrò che tutto potesse cambiare. Fu il passaggio dal Rinascimento al Barocco, e fu come se il mare, per una volta, si ritirasse e lasciasse affiorare un’isola. Un’isola felice. L’Europa si riempì di musiciste; i pittori cominciarono a ritrarle con lo strumento in mano, fiere; alcune di loro firmarono le proprie composizioni; alcune vennero pagate quanto gli uomini. Per qualche decennio, su quell’isola, l’impossibile fu possibile.

La prima a mettervi piede ha un nome che dovremmo conoscere tutti, e invece quasi nessuno conosce: Maddalena Casulana. Siamo nel 1566, e Casulana diventa la prima donna della storia occidentale a pubblicare la propria musica con il proprio nome. Non le bastava comporre: voleva firmare. E nel suo primo libro di madrigali, nel 1568, scrive una dedica che ancora oggi mi emoziona, perché non chiede permesso a nessuno. Dice di voler dimostrare al mondo:

«il vano error de gl’huomini, che de gli alti doni dell’intelletto tanto si credono patroni, che par loro ch’alle Donne non possano medesimamente esser communi.»

Leggetela bene. Nel 1568, una donna scrive nero su bianco che è un “vano errore” degli uomini credersi gli unici padroni dell’intelletto e del talento. Lo scrive in una dedica, cioè nel posto più visibile di un libro. Non lo sussurra. Lo stampa.

Non era sola, Casulana. Intorno a lei, e dopo di lei, c’era una vera corte di ragazze ribelli. C’era Barbara Strozzi, nata a Venezia nel 1619 — Venezia che in quel momento era una piccola enclave dove una donna poteva studiare, cantare, viaggiare e perfino ereditare. Barbara diventa la compositrice di cantate più prolifica di tutto il Seicento. E sapete cosa le tocca in cambio? Il sospetto. Il pettegolezzo. Era libera, indipendente, si manteneva con la propria arte, non era sposata: e allora le malelingue insinuarono che fosse una cortigiana, perché a una donna così, evidentemente, doveva esserci sotto qualcos’altro. È un mormorio che arriva da molto lontano, quel ghigno scettico di chi sottintende sempre che una donna, per arrivare a certe ribalte, chissà quali altri talenti deve avere. Lo conosciamo bene, ancora oggi. Barbara lo sapeva, e ci giocava: il suo primo libro lo presenta così —

«La prima opera, che, come donna, troppo arditamente mando in luce.»

“Troppo arditamente”. Con quanta ironia, e quanto orgoglio, una donna del Seicento si scusa di osare!

Poi c’è la stella più brillante di tutte, il cuore pulsante di quell’isola: Francesca Caccini, che a Firenze chiamavano la Cecchina. Cantante, liutista, clavicembalista, poetessa in italiano e in latino — e soprattutto la prima compositrice d’opera della storia. Alla corte dei Medici scrive, produce, insegna, e diventa — tenetevi forte, oggi che ancora combattiamo per la parità salariale— la musicista pagata più di tutti. Non più di tutte le donne. Più di tutti, uomini inclusi. Su quell’isola, per un attimo, l’impossibile fu davvero possibile.

E poi l’isola affondò.

Perché la storia, ogni tanto, invece di andare avanti torna sui suoi passi, in retromarcia. Gli uomini storsero il naso: quel loro primato nell’arte, ottenuto senza dover competere con nessuno, all’improvviso era a rischio. Così tornò la vecchia arma di sempre — la morale, la reputazione — a mascherare l’insicurezza di una società che le donne le voleva di nuovo chiuse in casa. Ascoltate la voce di quella marea che rientra. È una lettera del 1633, scritta dal poeta Fulvio Testi al duca di Modena:

«Una donna che eserciti il mestiere di musicista mette a serio repentaglio la propria reputazione. Se Vostra Altezza ricerca una perfetta onestà nelle cantatrici, non si volti a questo cielo. Qui le cantatrici si prendono qualche piacevole licenza, e moltissime dell’altre donne ancora, che non sanno cantare, diventano cantatrici in questa parte.»

Sentite l’insinuazione? Non si dilunga, Testi. Lascia la frase sospesa — “diventano cantatrici”, come a dire altro — e affida il resto al sottinteso. È la stessa voce di Beecham, trecento anni prima. La stessa identica voce.

Dopo la lettera arrivò la legge. Nel 1686 papa Innocenzo XI proibì alle donne di partecipare a qualsiasi spettacolo musicale e teatrale, e bandì da Roma tutte le cantanti. Al loro posto, sui palchi, salirono i castrati — bambini mutilati per conservare una voce acuta, “femminile”, ma con la potenza di un torace maschile: pur di non far cantare le donne, si preferì fabbricare uomini che ne imitassero la voce. Alle donne restò un solo rifugio: il convento. L’isola era stata di nuovo inghiottita dal mare. 

Ed è esattamente in questo mondo richiuso che, nel 1751, a Salisburgo, nasce una bambina.

Si chiama Maria Anna Walburga Ignatia. In casa la chiamano Nannerl. Prima che il mondo conoscesse Mozart – Wolfgang Amadeus – , il prodigio di casa Mozart era lei. La sorella maggiore. A dodici anni il padre la descrive come una delle migliori pianiste d’Europa, e il famoso duo di bambini prodigio che incantò tutte le corti del continente erano proprio loro due, seduti fianco a fianco alla tastiera: Nannerl e il fratellino, più piccolo di cinque anni. Cresce, Nannerl, e diventa anche un’ottima compositrice.

Ma c’è un problema: è una femmina. Così, quando nel 1769 si parte per il viaggio in Italia in cerca di fortuna, la sua carriera viene accantonata in favore di quella, più comoda, del fratello. Lui parte, lei resta a casa, e ogni volta che lui parte, a lei vengono delle emicranie fortissime — come se la musica che non può più far uscire le crescesse dentro fino a minacciare di farla scoppiare. Si chiude in camera, al buio, per giorni.

Il fratello, però, la adora. Le sottopone ogni nota che scrive, tiene in enorme considerazione il suo parere, e all’inizio concepisce la propria musica per quattro mani — come se suonarla da solo, senza di lei, la rendesse incompleta. E a un certo punto le scrive un biglietto. È il documento più tenero, e più crudele, allo stesso tempo, di tutta questa storia, perché è il genio in persona che implora la sorella di non smettere:

«Sono stupefatto! Non sapevo fossi in grado di comporre in modo così grazioso. In una parola, il tuo Lied è bello. Ti prego, cerca di fare più spesso queste cose.»

Ma lei nel 1784 fa quello che ci si aspetta da una donna: sposa un anziano barone, si trasferisce in un villaggio a sei ore da tutto ciò che avrebbe potuto essere, cresce i figli suoi e quelli che il marito le porta in dote. Il tempo per la musica si assottiglia, poi sparisce. Quel biglietto del fratello lei lo aveva ricevuto diciassette anni prima — e subito dopo aveva chiuso a chiave il proprio talento in un armadio.

Nannerl è costretta a scegliere il silenzio.

Della musica di cui Nannerl era stata capace non è rimasto nulla. Neanche una nota. La bambina che forse aveva più talento di tutti (“colei che possiede il vero talento “ secondo le parole dello stesso Wolfgang), è diventata, per sempre, soltanto questo: la sorella di Mozart.

Ecco. Io per adesso mi fermo qui, sulla soglia di quell’armadio chiuso a chiave. Perché quello che viene dopo è un’altra storia, e merita un’altra puntata. Dopo Nannerl arriva il Romanticismo, e il Romanticismo fa una cosa ancora più sottile del divieto: non proibisce alle donne di fare musica, le convince che il loro compito è ispirarla, non crearla. La musa, non l’autrice. 

È il secolo in cui incontreremo una donna le cui composizioni vennero pubblicate sotto il nome del fratello Felix — Fanny Mendelssohn — e una delle più grandi pianiste del suo tempo che smise di comporre, convinta di non poterlo fare — Clara Schumann. Ma di loro vi racconterò la prossima volta.

Per ora tenetevi solo questo. Beecham, nel 1920, ha scritto che quella musica non è mai esistita. Fulvio Testi lo aveva già scritto, a modo suo, nel 1633. E tutti e due si sbagliavano. Quella musica è esistita, eccome. È solo che quasi nessuno ha permesso che venisse scritta. Il nostro compito — il mio, quando salgo sul podio, e il vostro, adesso che mi leggete — è molto semplice: riaprire quell’armadio, e lasciare, finalmente, che quelle note tornino a suonare.

Beatrice Venezi