Il BLOG di Beatrice Venezi –
Apertura
Parigi. Secondo Impero. Il Bar Bullier: fumo, bicchieri, studenti, grisettes, un’orchestrina che suona un valzer. Tutti ballano. Tutti ridono. È la joie de vivre, la gioia di vivere.
Ascoltate bene, però. Ascoltate quel valzer. C’è qualcosa che non torna. Sotto la festa c’è una malinconia che non se ne va, come se qualcuno guardasse quella festa da fuori, attraverso una finestra, come se la festa fosse già finita, e questa che sentiamo fosse soltanto il suo ricordo.
Ecco, siete già dentro La Rondine.
Nel 2017 ho avuto il privilegio di dirigere quest’opera nel centenario esatto della sua nascita: 1917–2017. Ho passato mesi dentro una partitura che pochissimi frequentano. Poco eseguita, poco amata, sicuramente sottovalutata.
È Puccini a vette di raffinatezza orchestrale assoluta. Una musica brillante, ironica, leggera come sa essere leggera solo la musica che nasconde qualcosa di profondo. Ed è un’opera controversa fin dalla nascita: la commissionano gli impresari del Carltheater di Vienna, poi scoppia la guerra. L’Italia da una parte, l’Austria dall’altra, e Puccini, che ha firmato un contratto con Vienna, si ritrova accusato di simpatie filoaustriache. Il più italiano dei compositori, sospettato di essere troppo poco italiano.
Le polemiche, come vedete, non le ho inventate io.
Se dovessi dare un sottotitolo a quest’opera, sarebbe questo: La Rondine, o del ricordo. Un ricordo che è nostalgia. Diamo uno sguardo assieme ai tre atti.
Primo atto. Magda, mantenuta dal ricco banchiere Rambaldo, racconta alle amiche e al poeta Prunier — una caricatura di D’Annunzio, e già questo vale il prezzo del biglietto — un episodio della sua adolescenza: una sera era scappata dalla vecchia zia, era corsa al Bar Bullier, e lì aveva incontrato un giovane di cui si era invaghita. Un’avventura di poche ore, ma non l’ha mai dimenticata.
Magda ricorda.
Secondo atto. Magda scappa di nuovo. Stavolta non dalla zia: da Rambaldo. E dove va? Al Bar Bullier. Esattamente come tanti anni prima. Lì incontra Ruggero, ragazzo di provincia alla sua prima sera parigina. Se ne invaghisce. E gli chiede — attenzione — di rifare le stesse cose di quell’episodio lontano. Lo stesso tavolo, gli stessi gesti. Non sta vivendo un momento nuovo: sta ricostruendo un momento passato.
Magda ricorda.
Terzo atto. I due amanti, lontani da Parigi, in Costa Azzurra. E cosa cantano? Il ricordo del loro primo incontro.
Magda ricorda. Sempre. Soltanto.
Questa è la maledizione di Magda: ha un sogno — lo stesso sogno di Doretta, quello della celebre aria — ma non riesce a proiettarlo nel futuro. Non riesce nemmeno a vivere il presente. Sa soltanto abitare i suoi ricordi, e i ricordi, a furia di abitarli, si consumano.
E chissà che qui non ci sia una nota autobiografica. Perché nel 1917 anche Puccini sta salutando qualcosa: il suo vecchio linguaggio. Con Fanciulla del West ha già cominciato ad abbandonarlo, sta cercando una strada nuova. La Rondine, o del distacco.
Operetta o non operetta?
La domanda che tutti fanno. Rispondiamo da musicisti, non da tifosi. Formalmente, no: non è un’operetta. Non ci sono numeri chiusi, non ci sono dialoghi parlati. È una commedia lirica.
Ma… C’è un ma grande come il Carltheater di Vienna. Quest’opera è piena di stilemi presi in prestito dall’operetta: valzer, polke, e persino il fox-trot, il ballo di moda in quel momento. Puccini nel 1917 mette il fox-trot in partitura. Sarebbe come se oggi un compositore d’opera scrivesse su un ritmo di reggaeton — e vi assicuro che farebbe scandalo esattamente allo stesso modo.
Ma questo è Puccini: essere calato nel contemporaneo, contaminarsi con altri generi, strizzare l’occhio a forme e linguaggi estranei alla tradizione italiana, di cui conserva, però, intatta la struttura. Una cifra internazionale con radici italianissime. Non è un tradimento dello stile pucciniano, è esattamente lo stile pucciniano.
E veniamo al valzer, che in quest’opera non è un ballo. È una poetica.
C’è un compositore che ha usato il valzer esattamente allo stesso modo: Čajkovskij. E le somiglianze tra i due sono molte più di quanto si pensi, compresa la precisione maniacale della scrittura orchestrale, che non lascia alcun dubbio sulle volontà dell’autore, come se entrambi ci dicessero: “Fai esattamente ciò che è scritto, e sarà giusto.” Parola di direttore: è vero. Per Čajkovskij il valzer è una festa vista attraverso una finestra, da fuori, in lontananza, oppure è il ricordo di un tempo felice (ancora una volta il ricordo): la gioia della danza viene raccontata con la tristezza nel cuore di chi alla festa non può partecipare.
Ne La Rondine accade la stessa cosa. La joie de vivre è fittizia, lo capite dalle prime battute. L’intero paesaggio sonoro è abitato da una poetica che esalta la drammaticità delle piccole cose. E c’è di più. Ascoltate il grande affresco corale del secondo atto: quel ritmo ternario che gira, gira, gira. In quegli stessi anni, tra Ottocento e Novecento, altri compositori usano il ritmo ternario così: Mahler nella Fischpredigt, Ravel ne La Valse. Il tre non è più danza: è il rumore del mondo, il lavorìo del mondo, il turbinio caotico dell’esistenza in cui siamo tutti immersi e dentro il quale non possiamo davvero scegliere la nostra direzione.
Magda è dentro quel turbinio. In preda a un desiderio d’amore e di libertà che non sa gestire, al desiderio di uscire dalla sua gabbia dorata — un po’ come Manon — e di prendere il volo, di migrare «oltre il mare, verso un chiaro paese di sogno… verso il sole, verso l’Amore». Questo è lo smarrimento dell’uomo moderno, e Puccini lo racconta in un’opera concreta, intrisa di cinismo e pragmatismo, dove ogni slancio verso gli alti ideali si scontra, alla fine, con la crudezza della realtà.
Magda, 1917
Fermiamoci un momento su questa donna.
Magda è una donna estremamente moderna per essere nata nel 1917. Una donna libera, che prende in mano il proprio destino e si assume le responsabilità che ne conseguono. Non chiede il permesso. Non chiede perdono.
Condivide, almeno in parte, il fato delle altre eroine pucciniane: essere condannata a priori dalla propria stessa indole. Il naturalismo di Puccini non lascia scampo a nessuno, nemmeno a una rondine, per quanto si sforzi di volare lontano.
E con questo arriviamo all’enigmatico finale. L’interpretazione corrente del finale da parte di un gran numero di registi dice: Magda, sconfitta, torna a Parigi dal ricco banchiere. Fine della corsa, la rondine rientra in gabbia. Ma io non ne sono per niente convinta perchè, nella partitura del 1917, Magda lascia Ruggero, questo sì, ma dove vada, non lo vediamo mai. Il ritorno da Rambaldo non è scritto: è un’inferenza nostra, non di Puccini. Quel finale non ha mai smesso di tormentare nemmeno il suo autore. Puccini rimette mano all’opera e al finale altre due volte (in totale ne abbiamo tre versioni: 1917, 1920, 1921) , arrivando anche a rovesciare il finale: nella seconda versione è Ruggero ad abbandonare Magda, dopo una lettera anonima che gli rivela il passato di lei.
Puccini muore senza aver scelto. Il finale de La Rondine è rimasto aperto perché il primo a non saperlo chiudere è stato proprio il suo autore.
E allora mi piace pensare un’altra cosa. Che Magda — donna pragmatica sì, ma non cinica; moderna Carmen che grida prepotentemente la propria libertà — non torni affatto indietro; che riprenda semplicemente a migrare, per seguire la propria strada, per cercare il proprio nido.
Le rondini fanno così. Partono. E il fatto che non le vediamo più non significa che siano tornate nella vecchia gabbia.
Significa soltanto che il cielo è grande.
Beatrice Venezi
