Il BLOG di Beatrice Venezi – Le Sorelle di Mozart — Episodio 4.
Anna Maria Cecilia Sofia. Quattro nomi in fila, per una bambina nata a New York in un giorno di inizio dicembre del 1923 — il 2, il 3? Non si sa nemmeno questo, tanto che sarà lei stessa, da grande, a scegliersi un compleanno: il 4, giorno di santa Barbara, santa forte, volitiva. Sua madre, quell’anno, aveva perso un figlio maschio per un’epidemia di tifo, e avrebbe voluto rimpiazzarlo con un altro uguale. Per questo, si dice, rifiutò per quattro giorni di guardarla. Comincia così, sbagliata dal principio, la storia di Maria Callas.
Vi avevo promesso, negli episodi scorsi, di continuare a esplorare questo libro. Stasera cambio genere di storie: non più soltanto compositrici, ma interpreti — donne che la musica non l’hanno scritta, l’hanno incarnata. Con la voce, con le mani, con il corpo intero.
Il cognome greco di Maria è Kalogeropoulos: spigoloso, complicato, come lei. Diventerà Kalos, bello, e poi Callas — che il mondo tradurrà con un’unica parola: divina.
Studia canto con un metodo e una tecnica anomali che le forzano la voce fra registri diversi, ed è proprio quello sforzo anomalo che determinerà il suo timbro. La “vociaccia” secondo Toscanini; un timbro così riconoscibile, unico ed iconico da renderla “La Callas” secondo la storia.
Arriva in Italia nel 1947. A Verona interpreta La Gioconda, il primo ruolo che sente, dice lei, «sotto la pelle, nelle ossa, nella carne». Non si canta, capisce in quel momento. Si diventa quello che si canta.
È un principio che porterà alle estreme conseguenze. Quando il proprio corpo non le sembra più adatto ai ruoli che interpreta, Maria si impone una dieta spietata, e perde trentasei chili. Tiene un diario in cui, per ogni opera, annota il proprio peso — dai novantadue chili della Norma di Trieste ai sessantaquattro del Don Carlo, fino all’assurdo obiettivo dei cinquantaquattro. Come se il corpo fosse un’ultima partitura da correggere, prima di andare in scena.
Nel punto più alto del proprio splendore artistico, nel 1957 a Venezia, conosce l’armatore greco Aristotele Onassis. È sposata, lui pure. Si frequentano per anni, in attesa che quell’amore possa diventare ufficiale, finché Onassis, quando finalmente lascia la moglie, sposa un’altra donna: Jacqueline Kennedy.
Sempre sbagliata, mai abbastanza.
Da lì la voce di Maria comincia a incrinarsi, ad anno dopo anno spegnersi. La sua stessa spiegazione, per questo, è la più semplice e la più esatta:
«E la voce arriva dal cuore, così, se il cuore si rompe, lo stesso fa la voce.»
Si esibirà per l’ultima volta a Sapporo, l’11 novembre 1973. Morirà a Parigi nel 1977, a cinquantatré anni.
Restiamo ancora un istante nel mistero di un corpo che diventa musica, ma cambiamo del tutto scena: Buenos Aires, 1949, sotto il pianoforte di una casa sconosciuta, due bambini si sono nascosti mentre le rispettive madri chiacchierano fuori. Sono al sicuro, e contenti. Lei si chiama Martha Argerich, ha otto anni, e quello stesso anno tiene il suo primo vero concerto. Lui è Daniel Barenboim.
Martha comincia a suonare a due anni e otto mesi. A nove, prima di eseguire un concerto di Mozart, pensa:
«Se sbaglio anche solo una nota, morirò».
Eccola già tutta qui, la piccola perfezionista che il mondo poi chiamerà «la leonessa». Debutta al Teatro Colón di Buenos Aires a undici anni — lo stesso Teatro Colón in cui, tanti anni dopo, avrò la fortuna di dirigere — e a sedici vince, nello stesso anno, sia il concorso Busoni di Bolzano sia quello di Ginevra.
Ma il successo, per Martha, non porta serenità: porta un panico irrazionale del palcoscenico, che cresce insieme alla fama. A diciassette anni, a Firenze, pur di non suonare un concerto che non vuole affrontare, si taglia un dito con un coltello: così, almeno, la scusa sarebbe stata vera. Sparisce dalle scene per tre anni. Torna, sempre, perché la musica «la inchioda allo sgabello, allo spartito, la ipnotizza, e vince sempre». Il suo mantra, lo ripeterà per tutta la vita, è semplice e definitivo:
«Non si può suonare se non si vive.»
Vive, infatti, intensamente: tre figlie da tre uomini diversi — un compositore, un direttore d’orchestra, un pianista. Martha ha un rapporto complicato con la maternità. La prima figlia, Lyda, passa i suoi primi mesi di vita in un orfanotrofio: Martha non è pronta, allora, a essere madre, ed è una ferita che le ci vorrà una vita intera per ricucire.
«Non so se sono stata una buona madre», dirà di sé, decenni più tardi.
Poi reinterpreta la maternità da capo: per quindici anni, a Lugano, ospita nel Progetto Argerich decine di giovani musicisti, condividendo con loro il proprio genio, la propria esperienza, la propria disciplina — diventando, di fatto, madre di un’intera generazione di pianisti, in un modo che non le era riuscito fino in fondo con le proprie figlie.
Ma adesso torniamo a quel bambino con cui Martha si nascondeva sotto il pianoforte, Daniel Barenboim. Daniel, un giorno, incontrerà un’altra musicista che diventerà l’altra metà di questa storia.
Si chiama Jacqueline du Pré. A quattro anni sente un violoncello suonare alla radio e dice a sua madre: «Voglio uno di quelli!». Da quel momento suonerà con tutto il corpo: la testa che si agita, il busto che ruota insieme allo strumento, ogni parte di sé fatta apposta per intrecciarsi con il violoncello. A sedici anni debutta alla Wigmore Hall di Londra. Nel 1965 incide il Concerto per violoncello di Elgar con la London Symphony Orchestra: un’esecuzione che diventerà, da sola, una pietra miliare nella storia della musica; il suo canto del cigno, anche se lei ancora non lo sa.
La notte di Capodanno del 1966, Daniel Barenboim si procura il suo numero di telefono — «il modo meno romantico di tutti», dirà poi lui — e la chiama. Si sposano l’anno dopo, a Gerusalemme, davanti al Muro del Pianto. Quando suonano insieme, ricorderà chi li ha visti, la vita sembra farsi perfetta.
Solo che la vita, si sa, non è perfetta. Nel 1973, a ventotto anni, una diagnosi conferma quello che il corpo di Jacqueline aveva già cominciato a raccontare da sé: sclerosi multipla. Le stesse mani che avevano fatto del violoncello un prolungamento della propria carne perdono, poco alla volta, la capacità di sentirlo. Non riesce più a reggere il peso dell’archetto, né ad aprire la custodia dello strumento. A uno dei suoi ultimi allievi confida:
«Il violoncello è arrabbiato con me. Non lo suono da anni, ormai.»
Jacqueline muore nel 1987, a quarantadue anni. Barenboim sceglierà per anni il silenzio su di lei, prima di rompere quel silenzio con parole che restano, ancora oggi, il ritratto più giusto che si possa fare di un’artista come questa:
«Aveva un abbandono totalmente contagioso, e io l’amavo.»
Tre donne che non hanno dovuto lottare per firmare la propria musica; la loro battaglia è stata un’altra, forse ancora più intima: diventare, con il corpo intero, lo strumento stesso. E quando quel corpo si è rotto, o si è dovuto dividere fra la musica e tutto il resto — il cuore di Maria, gli attacchi di panico di Martha, le mani di Jacqueline — la musica ha dovuto imparare a fare i conti con quella frattura, o a guarirla, come Martha ha fatto più volte.
E qui, in fondo a questo libro fatto di armadi chiusi, di partiture portate via di nascosto, di corpi che diventano musica, resta ancora una porta che non ho aperto. Ve l’avevo promesso al primissimo episodio di questa serie, parlando di una monaca dell’Alto Medioevo a cui la Chiesa proibì di cantare: «di Ildegarda vi parlerò un’altra volta, perché merita una puntata tutta sua». Non l’ho dimenticato. La prossima volta chiudiamo il cerchio: torniamo all’inizio di tutto, alla prima musicista che la storia ricordi, e le diamo, finalmente, lo spazio che le spetta.
Per oggi vi lascio con questo pensiero, che riguarderà anche la prossima puntata: forse la maternità non riguarda soltanto i figli. È dare la vita a una nota che nessuno aveva ancora sentito. È trasmetterla a chi verrà dopo di noi. È accogliere, ogni volta, la musica di un’altra persona come fosse la propria. Generare, in fondo, si può fare in molti modi, e la prossima volta scopriremo che una badessa dell’Alto Medioevo lo aveva già capito, a modo suo, molti secoli prima di tutte noi.
Beatrice Venezi
